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Il Giovane Favoloso

Recanati, Piazza Giacomo Leopardi

Recanati, Piazza Giacomo Leopardi

Poteva essere qualcosa di quasi blasfemo. E invece è stato uno dei film che più ho amato all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Il giovane favoloso di Mario Martone osa dare corpo e voce sul grande schermo al sommo Giacomo Leopardi e riesce a fondere insieme solidità e passione, rigore e intensità. Per un po’ mi sono dimenticata di avere davanti Elio Germano e ho sentito l’eco del poeta di Recanati risuonare in sala, nel suo fascino al di fuori del tempo.

1) Un inno d’amore a Leopardi

Il giovane favoloso è un omaggio al poeta marchigiano, anzi, un vero e proprio inno d’amore. Nel corso del film si respira rispetto per Leopardi, ma anche profonda tenerezza e stima verso la sua anima brillante, capace di lasciarci versi oggi tuttora così contemporanei e forti.
Martone, già autore di L’amore molesto (1995) e Noi credevamo (2010), ha scritto la valida sceneggiatura insieme a sua moglie Ippolita di Majo. Di fronte allo straordinario giacimento di lettere e opere del poeta, i due hanno preso la decisione etica ed estetica di attenersi a quanto le carte raccontano, senza sovrapporre interpretazioni. Ecco così che tra Leopardi (Germano) e Antonio Ranieri (Michele Riondino) si percepisce un rapporto viscerale e necessario, ma non si dà nome a questo sentimento.

2) Un ripasso al di là dei banchi di scuola

Per chi adora e ha adorato Leopardi sui banchi di scuola, Il giovane favoloso è un lungo percorso emotivo, che a volte concede un pochino di stanchezza, soprattutto nell’ambientazione di Firenze, ma che spesso inebria di vivide emozioni e di commozione a fior di pelle. È emozionante vedere Leopardi/Germano camminare per Recanati, la sua vera Recanati, leggere e scrivere nella sua abitazione oggi diventata casa-museo, mirare la campagna collinare al di là del monte Tabor (le ambientazioni marchigiane sono set reali e non ricostruite). È qualcosa in più di una dolce madeleine.
Al poeta viene data una dimensione fresca e a tutto tondo, ovviamente più dinamica di quella studiata su testi da scuola dell’obbligo o poco più. Il film di Martone ha anche il pregio di stimolare la voglia di riaprire libri vecchi e magari di aprirne di nuovi, di rituffarsi nelle parole di Leopardi o su Leopardi. Il mio prossimo obiettivo? Riprendere in mano le meravigliose Operette morali e recuperare Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi di Ranieri.

3) Dimensione umana e la voglia di vita che non ti aspetti

Ne Il giovane favoloso ho visto tanto del Leopardi che ho amato e amo, ma anche qualcosa di nuovo, che forse mai avevo colto sotto il punto di vista di Martone. Ingabbiati dall’infelicità profonda del poeta e da questa inquadratura univoca che spesso gli mettiamo addosso, forse spesso ci sfugge il grido volitivo della sua protesta, l’eco della sua voglia di vita. Martone ci mostra un Leopardi infelice, sì, ma anche aperto alla meraviglia. È sorprendente l’incanto fanciullesco con cui si aggira per Napoli la prima volta.
Il film ci apre alla dimensione più umana del sublime letterato, alla sua ironia pungente, alla sua intelligenza caleidoscopica. “Il mio organismo è talmente debole da non riuscire a sviluppare una malattia forte che lo uccida, quindi vivo”, dice il Giacomo di Germano.
Usciti dal cinema Leopardi non è più Leopardi ma è Giacomo.

4) Le poesie di Leopardi vibrano

Non è facile portare la poesia al cinema. Un viaggio chiamato amore di Michele Placido, ad esempio, non riuscì a dar vigore alle parole di Sibilla Aleramo e Dino Campana. Martone invece ce la fa. Le poesie di Leopardi non sono uno sfondo letterario al racconto ma sono parte dell’azione del personaggio. Germano riesce a far sentire addosso a sé la genesi di ogni componimento, da L’infinito fino a La ginestra o il fiore del deserto. Si tratta di finzione e supposizione, non di biografia pedissequa, ma coglie l’obiettivo: sullo schermo i versi di Leopardi non perdono intensità, anzi, pulsano vibranti. Il caso contrario sarebbe stato un delitto.

5) Elio Germano favoloso

Il film inquadra Giacomo sin da bambino. Lo vediamo poi crescere, intento nel celebre “studio matto e disperatissimo”, insieme ai suoi fratelli minori Carlo (Edoardo Natoli) e Paolina (Isabella Ragonese), contornato dalla madre (Raffaella Giordano), dura e algida, e dal conte Monaldo (Massimo Popolizio), padre molto severo ma capace di rari gesti affettuosi. Da Recanati, “tanto cara da somministrarmi idee per un trattato sull’odio per la patria”, parte per Firenze, Roma, quindi Napoli, sul filo della musica discreta e avvolgente del compositore tedesco Sascha Ring.
Intanto il corpo di Giacomo si incurva sempre più… Germano sembra rimpicciolirsi, si rattrappisce. Quella dell’attore romano è un’identificazione totale, sia emotiva che fisica. Un’altra grande interpretazione.

thanks to panorama.it (Simona Santoni)

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